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Torso

Torso

bronzo

104 x 70 x 64 cm

1951

n. inv. 23

La maestria di interpretare la scultura antica, affinché possa essere un tramite comunicativo per testimoniare il presente, è convincentemente determinata in questa opera, dall’evidente richiamo ai modelli della statuaria greca. Una prova, dunque, che apparentemente potrebbe sembrare un puro esercizio di stile, ma che invece rivela una sensibilità acuta per le istanze formali del contemporaneo.

I riferimenti compositivi sono alle sculture antiche che contrappongono la tensione delle membra opposte in posizione di stasi e flessione: indubbiamente il Torso del Belvedere in Vaticano, dello scultore ateniese Apollonio (I sec. a.C.), che il giovane Crocetti frequentò quotidianamente per il suo impiego presso il Laboratorio di Restauro delle raccolte pontificie, ma forse ancor di più l’arciere del frontone ovest del tempio di Atena Aphaia a Egina, conservato presso la Gipsoteca di Monaco (500 a.C. ca.), da dove sembra derivare la posizione della gamba destra piegata sotto il corpo accovacciato.

Se nella statua vaticana la mutilazione è ovviamente accidentale, nell’opera di Crocetti le volute mancanze sono indicative dell’attitudine malinconica attraverso cui il gusto contemporaneo apprezza le testimonianze artistiche del passato, vale a dire il compiacimento per l’incompletezza e la frammentazione, il piacere della deficienza, l’ammirazione per qualcosa che una volta era perfetto ma che il tempo ha disgregato, pur rendendolo unico e immortale. La parte mancante, inconoscibile, è riflesso di questa tensione all’eternità dell’arte, concetto che, dalle avanguardie storiche del ‘900, ha sempre più coinciso con un’utopia formale.