
L’ Autoritratto del 1932 cattura
l'irrequietezza creativa di un Venanzo Crocetti appena diciannovenne, all'alba
del suo genio.
Lo sguardo intenso e la bocca socchiusa trasmettono
una forte tensione psicologica, esaltata dalla superficie del bronzo che
conserva i segni vibranti impressi dalle dita dell'artista sull'argilla. Quello
stesso anno, a conferma di un talento poliedrico, Crocetti traspone la medesima
ricerca psicologica in pittura, realizzando un secondo autoritratto a olio su
tavola – che lo ritrae nelle vesti di pittore con la tavolozza in mano – oggi
esposto nella sede della Fondazione.
Due opere speculari che segnano l'inizio di un mito,
sospesi tra la forza primordiale della scultura e il rigore plastico del colore.