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La gravida

La gravida

bronzo

148 x 60 x 92,5 cm

1932

n. inv. 9

La grande conoscenza di Venanzo Crocetti della storia dell’arte si palesa in questa giovanile composizione, dalle ascendenze compositive radicate nella tradizione figurativa della Roma antica e del Medioevo. La postura assisa, frontale, con le gambe leggermente divaricate, di una quietezza immobile, rimanda alla raffigurazione della mitologica Mater Matuta, divinità romana protettrice della nascita. Negli esemplari scultorei votivi ritrovati in ambito archeologico, l’iconografia di questa dea è identica alla scultura di Crocetti, con la sola variante di non essere gravida, ma di portare appoggiato al grembo un bimbo già nato: la posa della donna, però, è identica e la divaricazione delle gambe, invece di sostenere il corpo del neonato, accoglie contiene il ventre gravido. I riferimenti più diretti possono essere ravvisati nella statua di V secolo a.C. di Chianciano Terme o, come già individuato da Paola Goretti, con la scultura fittile della Kourotrophos di Cansano (IV a.C.).

La ieraticità e la semplificazione dell’anatomia, resa per piani netti con una leggera ma evidente tendenza alla geometrizzazione delle forme, sono invece caratteristiche che avvicinano quest’opera alla rinnovata classicità di Arnolfo di Cambio, si confronti, a esempio, la Madonna con Bambino del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze.

La storia dell’opera è alquanto singolare: l’esemplare in bronzo fu esposto alla Seconda Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma nel 1935; una precedente versione in terracotta appartenne ai conti Arturo Ottolenghi e sua moglie Herta Wedwkind, che furono dei veri e propri mecenati, ancor prima che collezionisti, del maestro abruzzese: per diciotto mesi, infatti, Crocetti ricevette mensilmente da loro circa mille lire, a prescindere dalle opere che avrebbe realizzato in quell’arco temporale; la gravida, nel primitivo esemplare fittile, rientrava nella produzione eseguita durante questo periodo di sussidio. All’inizio degli anni ’80, gli eredi dei conti misero all’asta la collezione di famiglia: Venanzo Crocetti si aggiudicò quest’opera dopo una singolar tenzone al rialzo del prezzo con l’onorevole Antonio Tancredi, grande sostenitore di Crocetti e futuro membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione dedicata allo scultore. In realtà, la battaglia che durante l’asta si venne a creare fu determinata anche dal caso fortuito per cui nessuno dei due offerenti era a conoscenza dell’identità dell’altro, in quanto disposti nella sala in posizione celata alla reciproca vista. L’intento del maestro, però, era di aggiudicarsi l’opera per poi distruggerla: la versione in bronzo, dunque, è l’unica esistente.