IL MIO SAN MICHELE. La nascita del bronzo dai diari di Venanzo Crocetti
Ci sono opere che racchiudono, nella propria materia, lo spirito di un'intera vita e i segni profondi della Storia. In occasione del novantesimo anniversario del bronzo pubblichiamo le memorie autografe del maestro Venanzo Crocetti - un viaggio affascinante dietro le quinte della scultura del Novecento, guidati dai ricordi del suo creatore.
"La realizzazione della statua di San Michele me lo aveva proposta l’architetto Petrucci che aveva progettato il paese di Aprilia nella zona delle paludi pontine. Era un’opera assai importante, dal punto di vista artistico e anche dal punto di vista del mio avvenire, perché mi dischiudeva tutto il mondo nel quale poi avrei lavorato per molto tempo. L’incarico della realizzazione di questa scultura mi era stato dato dall’Opera Combattenti che sovraintendeva il risanamento delle paludi pontine, che furono prosciugate soprattutto dai contadini veneti chiamati a occupare le prime case alle quali l’Opera Combattenti affidava un loto di terreno da utilizzare e risanare.
Dai combattenti mi fu richiesto a quale Santo protettore potesse essere dedicata la statua. Dopo breve riflessione proposi di erigerla a San Michele Arcangelo, mi sembrava appropriato per le antiche vicende afflitte a quei luoghi. La mia proposta fu accolta senza indugio. Il bronzo doveva essere alto 3 metri e il tempo disponibile era veramente esiguo.
Presentai un bozzetto alla presidenza dell’Opera dei Combattenti, che ne fu entusiasta.
Si era verso la fine di agosto di quell’anno 1935, quand’ero, da qualche settimana, entrato nel ventitreesimo anno della mia età. In quei giorni l’architetto amico Petrucci mi annunciava la delibera favorevole per la realizzazione della grande statua del San Michele, da collocarsi nella piazza della Chiesa nascente di Aprilia nell’Agro Pontino.
Dovetti lavorare notte e giorno perché mi diedero solo tre mesi e mezzo di tempo per l’esecuzione completa dell’opera.
L’armatura del San Michele era quasi giunta alla conclusione.
A questo primo stadio preparatorio di quella scultura di dimensioni insolite, volli dedicare un particolare impegno, anche perché non ero ancora esperto nelle valutazioni gravitazionali per una buona stabilità della statua. Sul nucleo centrale di quest'ultima gravavano infatti vari elementi, dalle due braccia staccate alle due ali sporgenti nella parte posteriore della figura. Di conseguenza, impostai un lavoro di meccanica di livello superiore, realizzato con tratti di profilati (quadrelli) di ferro di varie sezioni, collegati e fissati con morsetti e bulloni di diverse misure. In certe zone adoperai anche una rete metallica, così da creare dei vuoti per alleggerire il peso della notevole quantità di creta che la struttura doveva sostenere. Il mio intento era anche quello di concepire una struttura che, fine a sé stessa, costituisse già una forma capace di dare una buona idea della scultura finale da realizzare. Tutto mi riuscì come nei miei propositi, tanto che volli fotografarla.
In una visita al mio studio, mentre lavoravo, dell’architetto Petrucci, ebbi il piacere di ascoltare parole di meraviglia e di lode; definiva quell’armatura un lavoro di alta ingegneria.
Durante la esecuzione della statua, come appresi in seguito, le mie fatiche per realizzare quell’armatura furono largamente ripagate, dando prova di resistenza delle singole parti e di stabilità di impostazione generale.
Rammento che in pochi mesi il mio nuovo studio era diventato un vero cantiere dove l’unico operaio che doveva assolvere molti impegni era rappresentato da me.
Il modello in creta del San Michele prendeva forma giorno dopo giorno. Le mie lunghe giornate di lavoro, immerse nel clima estivo, segnavano lo scorrere del tempo con un evidente e soddisfacente cammino verso la conclusione dell'opera.
Mantenere la freschezza della creta in maniera da consentire una lavorazione non disagiata, era piuttosto faticoso. Si doveva almeno ogni ora bagnare tutta la statua, da capo a piedi. La sera, dopo la faticosa giornata, dovevo da solo coprirla con panni bagnati (in quel tempo non esisteva la comodità delle stesure di plastica).
La statua [U2.1]era ormai giunta a conclusione. Una sera, mentre mi trovavo sopra ad una fragile scala -situata dentro lo spazio creato dalle due ali- per la solita copertura con panni bagnati, la scala mi scivolò sul pavimento bagnato. Ebbi la prontezza si afferrarmi con le due mani al perno trasversale che univa le due ali, sentivo la buona tenuta di quel ferro, lasciai scivolare totalmente la scala fino a spianarsi sul pavimento, rimanendo sospeso dentro quello spazio delle ali, che mi conteneva appena. L’altezza dei piedi si trovava a circa un metro sopra la parte che avevo appena ultimato nella giornata. La mia difficoltà consentiva nel lasciarmi cadere calcolando di fare il meno danno possibile con i piedi – ma non vi fu nulla da fare. Mi lasciai andare e nella caduta essendo la zona molto accidentata riportai contusioni varie, un bel colpo a un fianco battendo su un angolo del grande cavalletto girevole sul quale era collocata la figura. Per quanto riguardò la zona sulla quale ero caduto, beh! Un notevole danno. Una zampa del drago, tutto un piede della figura, gran parte del panneggio pativa e altri elementi tutti fracassati. Abbassamento di morale e varie parti del mio corpo doloranti. In quelle condizioni dovetti riprendere l’opera di copertura per mantenere fresca la statua. Rincasai quella sera molto tardi. A mia sorella raccontai brevemente della mia caduta. L’unica mia grande soddisfazione fu quella di potermi complimentare con me stesso per aver costruito quell’armatura con ogni criterio di sicurezza e con una precisione tale che nessun ferro affiorò durante la modellazione della forma
Feci un danno che mi costo più di 15 giorni di lavoro e che mi portò via tempo prezioso. L'imprevisto stravolse i miei piani, dato che l'incontro con i formatori era già stato programmato. Dovetti procedere a marce forzate con un appesantimento degli orari di lavoro e abbandonare il mio principio di lavorare contemporaneamente a più opere. Mi dovetti concentrare solo su San Michele altrimenti non sarei arrivato in tempo.
La statua fu consegnata in tempo utile per essere affidata alla fonderia (Fonderia Fra.lli Nicci, di Roma) che ne realizzò il bronzo a perfetta regola d’arte. La statua fu collocata ad Aprilia nel 1936, la città era cresciuta in fretta. Erano state realizzate il municipio, la casa del Fascio e la chiesa. La cerimonia di inaugurazione fu molto solenne, ricevetti gli elogi delle autorità e della popolazione.
Devo anche ricordare un fatto che a me sembra miracoloso. Il bronzo che aveva incontrato il consenso unanime del committente e della critica fu collocato nel centro della piazza della Chiesa. Lì, dove la guerra nel 44 passò furente, la statua fu colpita in vari punti e rimase bucherellata dalle schegge e dai colpi diretti di armi da fuoco; sebbene mutilata di qualche elemento, è rimasta in piedi senza perdere minimamente il suo equilibrio.
La statua non fu stata mai restaurata, perché era una testimonianza della guerra e tale doveva rimanere. Io potetti solo fare il consolidamento della struttura (nel 1991)."



