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Decapitazione

Decapitazione

bronzo

28 x 40 x 10 cm

1968

n. inv. 53

Una composizione di crudele umiliazione, ben oltre la violenza manifesta, costituisce questo piccolo bronzetto che descrive l’attimo prima dell’esecuzione: mentre l’aguzzino che tiene in mano la pertica, strumento di gogna che tiene fermo il condannato, è immobile nella tensione muscolare di contrastare qualsiasi volontà di fuga, l’altro, dal lato antistante, brandisce in alto la scure che sta per abbattersi sul collo esposto della vittima atterrata. Tensione della stasi opposta alla ferocia del movimento creano un triangolo rovesciato al cui culmine la figura del prigioniero in ginocchio, con la testa piegata verso terra, è, al contrario, espressione dell’abbattimento fisico e morale, dello svuotamento di qualsiasi dignità e determinazione.

Come in molte opere di composizione simile, ossia bronzetti di piccole dimensioni con due o tre personaggi, anche in questo caso il riferimento iconografico sembra tratto dalle rappresentazioni greco-romane, conservate attraverso rilievi marmorei o pittura vascolare; laddove si potrebbe trovare confronto con l’anfora attica a figure nere rappresentante la lotta tra Eracle e le Amazzoni (Bologna, Museo Civico Archeologico, lato B, 550-525 a.C.) per l’eroe che al centro brandisce la clava, l’antagonista che sembra soccombere piegando le ginocchia e la figura femminile con la lancia sul fianco sinistro, l’intero impaginato compositivo, più che a una singola scena di lotta, trae lezione dal modo di rappresentare la figura umana nell’antica Grecia, vale a dire privilegiando un punto di vista rigidamente frontale.

Gli aguzzini, infatti, sembrano muoversi su uno spazio bidimensionale: soltanto il condannato ha una posizione di taglio che invita a un’osservazione rotante: la violenza e la condanna si perpetuano fin dalla notte dei tempi senza differenze, quindi senza spessore; nel dramma personale, invece, ogni uomo palesa la propria consistenza.